La forma selvaggia
…il piacere dell'arte africana.


Seconda parte

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La nuova forma pura

Analizzare brevemente l'iter che un occhio "allenato" compie in maniera inconscia ed automatica, ci aiuterà a precisare la nuova formulazione dell'idea di forma pura.
Prendendo le mosse da quanto resta di intelligibile della scultura originaria, così come uscì dalle mani del suo artefice, viene fatto appello a quei codici visivi che la nostra cultura è andata elaborando, cercando però (ed in ciò consiste l'estensione del vecchio concetto) di tenere quanto più possibile presenti i rapporti esistenti tra un tale andamento morfologico e le culture originarie.
A titolo esemplificativo, segnalo come contribuisca, in maniera rilevante, ad una migliore comprensione dell'opera Dogon, della foto n. 3, la conoscenza di quello che fu l'intendimento primo dell'arte di queste aree, volta non alla raffigurazione di un aspetto qualsivoglia della realtà ma alla rappresentazione di un mito da cui il sistema socio-religioso traeva origine e legittimazione.
Nella scultura che ritrae il Nommo, genio androgino delle acque (inviato sulla terra dal padre Amma, dio creatore, con le sementi da donare al mondo) cogliamo, per brevità, due sole notazioni:
la sorprendente esecuzione degli arti superiori trova giustificazione nell'evocare la rottura delle articolazioni delle braccia (prima flessibili), da cui ebbe origine il lavoro umano.
Il motivo dell'acqua che è inciso tanto sulle spalle quanto sulla barba allude, invece, alla mitica invocazione di tale elemento vitale e non costituisce assolutamente un mero esercizio di decorazione.
Ritengo che questi semplici particolari bastino a chiarire l'importanza rivestita dall'indagine etnografica nella definizione della cosiddetta "ragione dell'arte", nell'identificazione delle caratteristiche specifiche (le variabili) delle diverse produzioni plastiche negro-africane e, non da ultimo, nel non facile compito di distinguere il vero dal falso in questo campo.
Del tutto anacronistica appare, pertanto, la posizione espressa da Carlo Ludovico Ragghianti che in uno scritto del 1981 (2*) accusa addirittura di "ignoranza dell'arte" (che indica come spesso propria degli specialisti) tutti coloro che hanno condiviso o ripreso quel celeberrimo esempio (la cui idea originale ritengo appartenga a Denise Paulme) che dice: "voler giudicare una maschera o una statua di queste regioni (africane) sul solo piano estetico, ignorandone volutamente il disegno del suo autore, non appare meno assurdo che pretendere di studiare la scultura medievale facendo astrazione dal cristianesimo"; questa sciocchezza o falso storico, come Ragghianti definisce ancora tale posizione, lo porta a negare qualsiasi connessione tra opera e cultura originaria in quanto contrastante con una (ermetica) visione della storia che non subisce, ma è frutto dell'arte.

Gli elementi di trasformazione

Ritornando brevemente a seguire la dinamica del giudizio estetico portato sull'arte africana dobbiamo ora prendere in considerazione l'insieme degli elementi di trasformazione; esistono, infatti, tutt'una serie di modificazioni operate dal tempo, dalla manipolazione (leggi anche usura), dalle aggiunte (ricettacoli magici, infissioni di chiodi o lame ...), dalle aspersioni o altre pratiche rituali che contribuiscono a dare all'opera originaria una più o meno differente forma definitiva, "la forma selvaggia".
La statua magica Yombe/Kongo, della foto n. 4, deve il suo aspetto attuale non esclusivamente alla grande sensibilità dello scultore che seppe esprimere dei rapporti volumetrici così forti ed appropriati, ma anche alle ripetute pratiche rituali operate dallo "stregone" con l'aggiunta di contenitori di sostanze magiche ed altro.


Note
(1*) "Negerplastik"- Lipsia, 1915.
(2*) "La forma fa storia" in Critica d'arte
africana - Firenze, 1981.

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4. Figura magica realizzata in legno con aggiunta di materiali eterogenei.
Yombe/Kongo - Rep. Dem. Congo.
H. cm. 33.


5. Figura magica realizzata in legno con aggiunta di un perizoma di pelliccia.
Kusu - Rep. Dem. Congo.
H. cm. 13,5.